lunedì 20 febbraio 2017

Aiki Gioco®: l'Aikido dai 4 ai 15 anni

Recensiamo nuovamente oggi per voi un testo inerente all'Aikido... e riguardante uno degli aspetti più importanti e spesso tralasciati della sua pratica, ovvero l'Aikido dei più giovani.

Aiki­-Gioco® - prima ancora di essere un libro cartaceo - è un sistema didattico per l'apprendimento dell'Aikido sviluppato specificamente per i bambini e creato ad hoc per rispondere alle differenti esigenze che essi incontrano, crescendo, nella pratica di questa disciplina.

Tale metodo è stato creato dal Maestro Fabio Ramazzin, docente federale e professionista, a partire dalla sua pluriennale esperienza sul campo con i minori... e con il supporto ed avvallo delle più attuali ed autorevoli teorie psicopedagogiche e sociologiche rivolte all'infanzia e all'adolescenza.

Molte volte abbiamo visto ingiustamente trascurare la qualità dell'insegnamento rivolto ai più giovani e l'inabitudine a rimanere connessi con le esigenze specifiche delle mutevoli e delicate fasce d'età di infanzia ed adolescenza, quindi siamo più che felici che qualcuno abbia iniziato un lavoro serio di organizzazione e sistematizzazione di un argomento così importante: tra i bambini di oggi ci sono gli Aikidoka... e sicuramente anche i Maestri del futuro!

Non prestare loro attenzione è poco lungimirante, oltre che essere fuori mandato rispetto alla nostra disciplina!



Ma che cos'è dunque "Aiki Gioco®"?

Si tratta di una metodologia di insegnamento a 360 º dell'Aikido specificamente mirata per ogni fascia d'età, che consente di adattare al meglio le attività svolte sul tatami a fini educativi, cogliendo le peculiarità caratteristiche delle età di ogni giovane Aikidoka.

Il metodo è strutturato in 5 "categorie"

- Pulcini (4 - 6 anni)
- Piccoli (6 - 7 anni)
- Medi (8 - 10 anni)
- Grandi (11 - 13 anni)
- Ragazzi (14 - 15 anni)

Esse sono prese in prestito dalla divisione utilizzata nel nostro Paese per l'età scolare e rappresentano differenti e peculiari età dello sviluppo del bambino.

Per ogni categoria è stata pensata una didattica specifica, un programma tecnico, una modalità di esposizione dell'Aikido e un bagaglio esperienziale da sottoporre ai piccoli Aikidoka.

Questo metodo - secondo noi - è importante poiché consente a chiunque intenda fare esperienza come docente di Aikido dei più giovali... di partire con una buona guida strutturante di base (il libro Aiki­-Gioco®), una serie di iniziativa interattive - come il sito web Aiki­-Gioco® -, oltre a seminari dedicati all'approfondimento specifico di ogni tematica trattata dal metodo e - SOPRATTUTTO - una CERTIFICAZIONE qualitativa!

Ricordiamo infatti che i corsi per bambini/ragazzi NON dovrebbero essere riservati agli Insegnanti di primo pelo... a quelli che "insegnano ai più piccoli per farsi un po' di esperienza", insomma!

Al contrario, i corsi riservati ai più giovani risultano spesso i più complicati da gestire e quelli nei quali un errore grossolano degli Operatori causa un danno maggiore e persistente: gli adulti sono molto meno malleabili dei loro corrispettivi compagni giovani del tatami... quindi risultano anche meno influenzabili, sia nel bene che nel male, dalle proposte dell'Insegnante.

I bambini invece sono fragili, potenzialmente già molto pieni di Aiki, ma necessitano di "struttura" e di essere trattati con una certa responsabilità e professionalità da parte degli adulti che se ne occupano.

I corsi per giovano NON devono infatti essere condotti da Insegnanti improvvisati (come invece accade ancora troppo spesso), né dovrebbero essere pensati come copie in miniatura dei corsi per adulti... poiché presentano esigenze, dinamiche e caratteristiche del tutto differenti da questi ultimi.

L'Aikido per i bambini e per i ragazzi è una cosa, quello per adulti invece è tutta un'altra: è finalmente il caso di chiarirlo una volta per tutte!!!

Chi vuole rivolgersi alle fasce più giovani di utenza fino ad oggi doveva spesso improvvisare in base alla propria esperienza e basarsi unicamente sulla propria "voglia di fare", spesso facendosi anche un po' le ossa sulla pelle dei nostri piccoli allievi.

Ora non è più così, ed un plauso notevole di sicuro lo merita il Maestro Ramazzin per aver voluto mettere a disposizione di tutti il frutto del suo notevole lavoro di studio e della sua esperienza!

Non vogliamo togliamo tutte le sorprese dell'approfondire tutte le caratteristiche del metodo Aiki­-Gioco®, ma sappiate che esso comprende una descrizione ampia ed approfondite su:

- i ruoli all'interno di un corso di Aikido per giovani;
- il sistema delle regole in un Dojo e la sua valenza educativa;
- accessori ed ausili alla didattica;
- giochi e video-tutorial tematici divisi nelle diverse classi d'età;
- programmi tecnici inerenti al tai jutsu ed al buki waza dedicato ai più giovani;
- formazione continua dei docenti del metodo  Aiki­-Gioco®... e molto altro ancora.

Date un'occhio al sito Aiki­-Gioco®, dove potrete scaricare un'anteprima gratuita del libro cartaceo... o acquistatelo direttamente on-line al seguente LINK

Buona fortuna infine con i vostri corsi juniores, ben avendo chiaro che a volte la fortuna centra veramente poco e che una formazione seria e continua sarà sempre più un elemento discriminante in ogni attività... specie in quelle che si rivolgono ad un'utenza speciale e preziosa come i più giovani!

lunedì 13 febbraio 2017

Il controllo di uke, e chi fa dell'Aikido un purè

Spesso leggiamo che uno degli aspetti caratteristici dell'Aikido è la possibilità di avere il completo controllo dell'avversario, senza che egli risulti ferito, né che possa reagire in alcun modo...

Avete sentito o detto anche voi spesso qualcosa di simile?

Quest'oggi riflettiamo su quanto possa essere vera ed al contempo fuorviante una simile affermazione.

Che cos'è nella vita di tutti i giorni "il controllo"?

Di solito è un'operazione che eseguiamo in seguito ad una mansione della quale vogliamo sapere l'esito: facciamo - ad esempio - un'operazione matematica (4 + 4 =8), quindi verifichiamo se il risultato è corretto oppure no.

L'operazione è già avvenuta, il controllo si fa dopo.

Perché si controlla l'operazione?
Forse perché non essendo computer esiste una possibilità di sbagliare... di non giungere al risultato giusto, quindi si controlla per poter eventualmente aggiustare il tiro, qualora al primo tentativo non fossimo riusciti a centrare il nostro obiettivo.

Questo è sufficiente per comprendere come "il controllo" sia un'operazione che giunge IN SEGUITO a qualcosa, e per ovviare alla possibilità di uno sbaglio: non è possibile controllare qualcosa mentre la si fa - contemporaneamente, intendiamo -, né avrebbe senso farlo di qualcosa che non potesse giungere che al risultato sperato.

Ha quindi senso parlare di "controllo di uke", del suo equilibrio in Aikido?

Marzialmente forse si, se lo intendiamo un qualcosa di disgiunto da noi: c'è un soggetto (tori) che controlla un altro soggetto, se non un oggetto (uke)... siamo come minimo in 2 quindi.

Perché devo controllare uke?

Forse perché lui fa la parte del cattivo, di quello che me le vuole dare di santa ragione (anche se poi siamo amiconi e ci tiriamo gli asciugamani sul sedere sotto la doccia!)... e quindi è tutto mio diritto non permetterglielo ed accertarmi che non lo possa fare nemmeno dopo che l'ho proiettato o che l'ho messo sotto qualche bloccaggio articolare.

Non vogliamo di certo romperlo (siamo amiconi!), però è importante per dare un senso marziale alla nostra azione fare una certa attenzione a che il nostro compagno non possa proprio fare ciò che vuole dopo che ci ha attaccato, giusto?

Forse si, non lo neghiamo... in molti la pensano così ed hanno tutto il diritto di continuare a farlo.

A noi sembra sempre più invece che questa sia una SCUSA per non far mergere il vero problema, o meglio, la vera paura... ossia quella di specchiarci nell'altro e diventare una cosa sola con lui.

Lo dobbiamo controllare perché lo TEMIAMO?

La mano destra del corpo controlla forse la mano sinistra?
La spalla sinistra controlla la rotula destra?

NO: sono tutte parti che fanno capo ad un'unico essere, quindi è questo essere complesso che nell'esistere coordina ed integra i movimenti delle parti che lo compongono... un controllo vicendevole sarebbe ridondante, poiché le varie e distinte parti non potrebbero fare altro che essere loro stesse.

Avete mai visto un orecchio controllare che un tallone non abbia improvvisa voglia di fare - per un attimo - il sopracciglio?

Una frase priva di senso, in quanto nessun tallone potrebbe mai fungere da sopracciglio... quindi nessuno avrebbe mai necessità di controllare che questo non avvenga... meno che mai poi l'orecchio che serve a sentire e non a controllare che le altre parti del corpo facciano il loro mestiere.

Allora se noi è il nostro "avversario" siamo uno, come spesso rimandava il Fondatore, per quale ragione ci dovremmo arrogare il diritto di controllarlo?

La risposta potrebbe essere: "Se pure lui si accorge che siamo UNO, non ci sarebbero in effetti motivi... ma metti che lui pensi ancora che siamo DUE e voglia farci un mazzo a tarallo?"

Ecco che sboccia il germe di un'insicurezza, di una paura...

Ma l'Aikido insegna l'insicurezza, insegna la paura? Non ci risulta.
Insegna piuttosto la determinazione, l'ingaggio, la sicurezza, la chiarezza e l'adattabilità.

Se possedessimo queste qualità, ci sarebbe ancora spazio per l'indecisione?
Forse no.

Non è che allora vogliamo controllare gli altri in proporzione di quanto non siamo ancora in grado di controllare noi stessi?!

Nelle forme di Bujutsu precedenti all'Aikido, l'avversario era qualcosa da annientare, distruggere, rendere inoffensivo nel modo più veloce e devastante: altro che specchio di noi stessi... lo rompevamo di brutto subito, piuttosto di specchiarcisi dentro!

Fatti suoi che se l'era venuta a cercare, vero?

Poi arriva nonno Morihei e dice che non bisogna fargli male, che "gli altri siamo noi" (tranquilli, lo dice anche Umberto Tozzi, non è l'unico quindi!), che dobbiamo abbattere le barriere fra noi ed il prossimo, perché siamo una famiglia.



Bella filosofia, ma poi noi cosa facciamo?
Cerchiamo di controllare uke perché non ci possa contrattaccare: voi avete mai avuto un cane?

Avete trascorso tutto il tempo a controllare che non vi mordesse, o ogni tanto vi siete anche goduti la sua compagnia in serenità?

Un cane può morderci, bisognerebbe stare attenti e non abbassare la guardia... o è semplicemente "uno di casa" di cui ci si può fidare?

Il nostro nemico è uno di casa o no?


Nel caso in cui non lo considerassimo tale, ciò sarebbe sinonimo delle molte barriere, etichette pregiudizi che ci dividono ancora ("lui è quello cattivo che attacca, noi siamo quelli bravi che si difendono"): ci sono addirittura shihan che girano il mondo dicendo che uke è "il male" che può trasformarsi in "bene" grazie all'amorevole contributo di tori... pensate un po' voi se non è scissa e duale sta cosa!?

Ma che bravo guaglione è sto Aikidoka medio, pare San Francesco!? Ma vi pare... c'è da farsi venire il diabete per la mielose manipolazione che può celarsi dietro a queste parole.

E chi te lo dice - fesso - che tu sei il "bene"?!
Tu credi esserlo sicuro, ma prova un po' a sentire anche cosa ne pensano gli altri... Certo che se ti credi dio... se sei un essere superiore, non avrai certo bisogno di entrare in RELAZIONE.

"Relazione" insomma è una parola che fa proprio paura, lo avete compreso?

Se noi SIAMO con il nostro partner, se ci sentiamo parte di un essere più grande, che coniuga al meglio ed integra entrambi... allora che esigenza abbiamo di controllare un altro pezzo di noi?

L'Aikido è forse l'are di imporre qualcosa a qualcuno?

È la disciplina grazie alla quale tori impone la sua visione pacifista ad uke, e lo sanziona se lui non è disposto a pensarla così?
Grande pacifista sto tori, e infinita pena per quel povero guerrafondaio di uke... che verrà convinto a suon di leve articolari che sta sbagliando la sua condotta!

Non pensiamo che l'Aikido sia questa roba qui: tori controlla uke se vogliamo parlare in modo duale... il che è possibile (perché il linguaggio è una forma di comunicazione duale), ma anche un pericoloso fraintendimento, se non ci si fa molta attenzione.

Noi vogliamo controllare forse meglio quella parte inconscia di noi stessi che si SPECCHIA nell'altro, non l'altro di per sé... preso come qualcosa di a sé state, separato da noi.

Vogliamo forse controllare quella capacità di "essere uno" con il problema... perché il problema siamo poi noi: se così fosse però è sufficiente percepire la cosa MENTRE avviene, e non perderci in attività inutili dopo che è avvenuta.

Il controllo è per chi ha bisogno di regole, di punti fermi, di strutture ed in Aikido le strutture ci sono solo per comprendere che in fondo non servono, che sono provvisorie...

La necessità di controllo è inversamente proporzionale alla consapevolezza: più ne abbiamo, più cessa la smania di controllare se ce l'abbiamo!

Quando stringete la mano a qualcuno in segno di saluto, di amicizia o di stima, poi vi chiedete o chiedete all'altro se lo avete fatto in modo efficace... o siete capaci di sentirlo da soli come è andato quel momento di contatto, di relazione?

Forse serve piuttosto PERDERE quel "controllo" in Aikido... perché questo apre le porte alla nostra percezione, senza se e senza ma... fa cogliere l'attimo, e non il suo risultato.

La libertà è un oggetto delicato e complicato da maneggiare, allora forse cerchiamo "il controllo" proporzionalmente a quanto non sappiamo stare in relazione con essa, con noi stessi, con gli altri.

Questi sono solo pensieri, ovviamente "fuori controllo"... ma non potevamo augurarci di meglio, dal nostro punto di vista. Se poi avessero fatto riflettere anche qualcuno di voi, ne saremmo profondamente felici.

Non abbiamo però bisogno di saperlo a sto giro...
... non c'è nulla che abbiamo bisogno di "controllare" !!! ^__^


lunedì 6 febbraio 2017

I super poteri di nonno Morihei

Chi di voi ha letto alcune delle biografie del Fondatore dell'Aikido, Morihei Ueshiba?

Non vi sarà passato inosservato che su quest'uomo si sono scritte cose davvero eccezionali... spesso ai limiti dell'umanamente comprensibile:

- c'è il Ueshiba che solleva pesi che fino a poco prima risultavano impossibile da muovere a tre persone simultaneamente;

- c'è il Ueshiba che in Mongolia schiva le pallottole;

- c'è il Ueshiba che scompare in un'ala dell'edificio, per ricomparire 2 piani più sopra;

- c'è il Ueshiba con un kiai così potente da poter essere udito a chilometri di distanza...

- etc, etc, etc...

Ora: non eravamo presente quando questi fatti "miracolistico" sarebbero accaduti, ma di sicuro rileggerli ai nostri tempi sa di qualcosa di già visto e già sentito...

Che Morihei Ueshiba fosse per caso da ritenersi anche il vero fondatore degli Avengers?!

Anzi no... non è detto che fosse per forza della Marvel, poiché molti suoi poteri richiamano più Flash e Superman che sono della DC!

Può essere stato un meta-umano, se non addirittura un mutante... però allora come mai il Prof. Xavier non lo avrebbe chiamato fra gli X-Men?

Molti di questi fatti miracolistico compaiono nelle biografie di John Stevens, uno studioso ed uno storico che ha fatto molta ricerca in merito ad O' Sensei: dobbiamo molto a questo uomo, poiché ci ha fatto conoscere il Fondatore come altrimenti non sarebbe stato consentito ai più...

... certo che ogni uomo ha le sue inclinazioni caratteriali e naturali, e ci pare che quella di John Stevens sia spesso stata quella di "mitizzare" un po' i suoi racconti.

Non una colpa di certo, ma una responsabilità si, visto che facendo a nostra volta ricerca a volte siamo giunti a conclusioni molto differenti dalle sue (chi fa ricerca di solito è bene che si appoggi ad una certa pluralità di fonti!): abbiamo parlato con l'autore di una foto che Stevens collocava storicamente in un altro luogo ed in un altro tempo rispetto a ciò che in realtà sembra essere, ad esempio...

... ed una cosa simile non aiuta a vedere la storia per quella che è stata, senza i filtri (quasi peraltro inevitabili) di una interpretazione personale.

E - più in generale - di questo O' Sensei che con l'onda energetica era in grado di stender le persone non resta praticamente traccia, se ci confrontiamo con parecchi degli Insegnanti (ancora attivi) che lo hanno conosciuto e frequentato da giovani.

Come mai allora che le sue fonti bibliografiche lo vedono spesso così meta-umano, così Avenger... quando invece il vicino di casa lo descriveva come una persona eccezionale, ma contemporaneamente molto SEMPLICE ed UMANA?

Oltre che chiederlo a John Stevens, lo dovremmo chiedere anche a ciascuno di noi... che spesso tendiamo a mitizzare ciò che non comprendiamo del tutto: un escamotage interessantissimo per separarci dal nostro "oggetto misterioso e desiderato" e collocarlo ad una distanza spesso notevole... per ridurre le possibilità di raggiungerlo e farlo nostro.

Se l'Aikido ed il suo Fondatore fossero cose effettivamente più semplici, che gusto ci sarebbe a provare ad immergersi nelle loro atmosfere?

Non è così però: sia l'Aikido, che probabilmente O' Sensei erano, sono e saranno "oggetti" complessi da studiare e da maneggiare... quindi meglio mitizzarli un po', così da poterli ammirare da distante e non percepire di conseguenza l'enorme imbarazzo di stare in loro vera presenza!

Non affermiamo che O' Sensei non abbia effettivamente compiuto imprese impossibili per la maggioranza di noi... ci piacerebbe però comprendere quale gusto sadico ci richieda di trovare - anche a forza - qualcosa di straordinario in una disciplina, in una persona... quando essi potrebbero semplicemente essere straordinari nella loro semplicità e basta!

Lo abbiamo detto prima: mitizzare serve a farci desiderare un obiettivo lontano, che ci funge da faro ed ispirazione... però a volte questa è anche la strategia preferita di chi appositamente si mette a percorrere mete irraggiungibili... per poi potersi giustificare costatando di non averle raggiunte.

Tanto perfido, quanto umano!

Conoscere l'Aikido, impararlo, viverlo, ESSERLO è possibile eccome: necessita solo di dedizione, passione ed ingaggio... Il problema è piuttosto quello che viviamo in un'epoca di "passioni appassite" forse...

Il Fondatore è sicuramente stato una persona ammirabile, ma non tanto perché schivasse le pallottole (un fucile Mongolo del tempo, dopo il surriscaldamento dei primi 5 colpi aveva probabilmente la canna così storta che avrebbe colpito Bombay, mirando a Calcutta!), e nemmeno perché fosse in grado di abbattere qualunque avversario...

Forse è stato un grande perché è riuscito ad affrontare ed a battere se stesso, e ci ha offerto una disciplina in grado di farci fare altrettanto, se lo desideriamo.

In questo la sua grandezza è qualcosa di molto poco hollywoodiano, e molto concreto!
Se poi questa disciplina ci metterà un giorno in grado di volare, alzare un treno merci o muoverci più veloce della luce... francamente ci interessa di meno di riuscire a vivere in armonia nel quotidiano.

Per alcuni il miracoli sono quelli che avvengono quando ci si alza inspiegabilmente dalla carrozzella all'improvviso e si cammina... per altri il miracolo è arrivare a fine mese, facendo vivere dignitosamente la propria famiglia... e c'è gene che ci riesce "miracolosamente" da una vita, facendosi il mazzo a tarallo!

Non intendiamo essere dissacranti, ma ci piacerebbe che le migliori filosofie diventassero pane concreto, tangibile e quotidiano, giusto per non farle rimanere alte e vuote filosofie...

Se pratichiamo per portare l'esperienza del tatami nella vita e talvolta ci riusciamo... siamo forse ben più ingamba di riuscire a spegnere un incendio con un soffio, o fermare una pallottola con la mano.

Il miracolo sta nel poter incontrare e frequentare gente che ha deciso di vedere chiaro in se stessa e ci prova anche se è difficile e se non sempre è capace di tenere testa ai propri intenti migliori.

I supereroi invece li incontriamo solo al cinema, non possiamo parlare con loro, scambiare esperienze... e quando usciamo dalla sala ci rendiamo conto che la nostra esperienza è stata del tutto fantastica, ma pure fittizia.

Serve COERENZA fra alte filosofie e umile vissuto, fra DENTRO e FUORI di noi... fra dentro e fuori del tatami: i superpoteri servono a poco senza questo. Sarebbero maledizioni ingombranti e pericolose.

La strada è più umile di tutta questa inutile necessità di apparenza, e forse il miracoloso di O' Sensei era che lo aveva compreso ed incarnato completamente, con ogni cellula del suo essere ed in ogni sua azione.










lunedì 30 gennaio 2017

Aikido libero e consapevole

Presentiamo quest'oggi un nuovo testo che ha attirato la nostra attenzione: si tratta di "Aikido libero e consapevole" di Gabriele Pintaudi.

Questo libro, pubblicato nel 2012 da YouCanPrint Editore, tratta moltissime tematiche che riteniamo essere fondamentali in Aikido... e che molto difficilmente vengono presentate al pubblico con una simile chiarezza.

Su queste pagine spesso ribadiamo com l'Aikido NON sia solo il modo di muovere il corpo o il tributo tecnico a questo o a quel Maestro del passato, per quanto eccezionale possa essere stato... ma piuttosto un "fenomeno coscienziale" che tocca da vicino chiunque lo pratichi e lo insegni...

... e parimenti abbiamo trovato rimandare nel libro di Gabriele Pintaudi: l'Aikido sembra proprio essere una straordinaria opportunità di espressione personale, così come può risultare un pessimo modo di ottenebrare noi stessi con inutili stereotipi tecnici o mentali.

"Lo schema serve ad essere trasceso", quindi l'Aikido dovrebbe portare più benessere e libertà di quanto ne sottragga.

In "Aikido Libero e consapevole", vengono proprio trattati questi difficili, ma anche importantissimi temi:

- quanto l'ignoranza di certi principi sia da considerarsi un castigo divino o una precisa scelta;

- quali parametri adottare per rendersi conto del "livello" di un Insegnante;

- quali i principali errori metodologici e comportamentali un Insegnante tende a fare nel suo corso;

- quale significato possa avere uno stage di Aikido, rispetto alle lezioni regolari;

- l'efficacia degli attacchi e la propensione a lavorare troppo su attacchi codificati;

- il piacere della pratica;

- la percezione dell'errore sul tatami (proprio ed altrui);

- considerazioni su "Aikido e difesa personale";

... insomma, si tratta di un testo dai contenuti considerevoli, come avrete di sicuro compreso!

Viviamo in un'epoca in cui spesso chi scrive sente la necessità di essere legittimato da qualcuno o da qualcosa (ad esempio un Ente, un nome altisonante che benedice un'opera, etc..): in "Aikido libero e consapevole" invece abbiamo trovato "SOLO" il pensiero di Gabriele Pintaudi, un Insegnante di Palermo, fra l'altro giovane... che ha avuto il coraggio di manifestare il suo pensiero e le riflessioni che hanno accompagnato le sue esperienze.

"SOLO" fra virgolette perché è molto raro tutto ciò, ed è ammirevole e coraggioso, a dire nostro!

I libri - esattamente come l'Aikido - possono infatti essere uno strumento utile ad aprire la mente ai propri lettori, o a creare ulteriori forme di dipendenza dall'Autore (o al Maestro di Aikido) di turno: il libro di Gabriele è evidentemente improntato alla prima delle due possibilità, ed anche per questo ci è piaciuto molto.

Con un linguaggio semplice, discorsivo ed intuitivo... e con esempi presi dal proprio vissuto, egli ci conduce in alcune riflessioni che possono essere profonde quanto il lettore decide che siano, facendo intravedere come la consapevolezza non sia altro che uno specchio in cui decidere liberamente a che livello di dettaglio vogliamo scendere quando ci osserviamo.

Questo libro parla del coraggio e delle responsabilità di una scelta... che tanto più è consapevole, meglio riuscirà a condurci dove vogliamo, magari tenendoci alla larga da esperienze inutili accanto a coloro che farebbero di tutto perché fossimo - in Aikido come nella vita - succubi di qualcosa, di qualcuno, di noi stessi.

Secondo noi opere simili vanno fatte conoscere e tenute in debita considerazione nel piccolo-grande mondo della nostra disciplina, ancora saturo di ignoranza, pregiudizio ed aspettative magiche.

Ci auguriamo che possiate anche voi provare la stupenda sensazione di dolore profondo che accade SOLO quando si finisce di leggere un libro che è molto piaciuto... qualcosa che in "Aikido libero è consapevole" accadrà crediamo a molti intorno a pag. 135!

Buona lettura... consapevolezza e libertà!





lunedì 23 gennaio 2017

I "codici" della pratica e le diversificazioni degli stili in Aikido

Un principiante che si vuole interessare della nostra disciplina incontra da subito un dilemma piuttosto interessante: ci sono numerose "declinazioni" dell'Aikido in giro, quindi a quale rivolgersi?

Quale sarà la più adatta a noi?

Uno sente la spinta (quasi sempre inconscia) ad interessarsi di questo genere di cose, quindi cerca su internet, legge... armonia con se stessi e con l'universo e bla, bla bla...

Poi allora cerca vicino a casa dove poter andare ad incontrare qualche essere umano in carne ed ossa per informarsi sui corsi, capire corsi, orari... le cose più semplici e basilari per partire, insomma!

A questo punto talvolta avviene il trauma: "Ciao, benvenuto! Questa è la Scuola XYZ... che segue gli Insegnamenti del Maestro WPJ (segue di solito una serie di gradi e titoli giapponesi dei quali il neofita non capirà niente), direttamente accreditata da FHNC (ed atri nomi da suono strano per un occidentale).

Ad esempio, "Ryokan" è il termine utilizzato per chiamare una locanda tradizionale giapponese, ma capite bene che ad un veneto avvezzo al turpiloquio, potrebbe sembrare tutt'altro!!!

... Parimenti succede per tutti quei dettagli INUTILI che vengono generalmente forniti ad un principiante che NON ha ancora scelto di abbracciare una disciplina al pari di una fede religiosa (e speriamo che continui a scegliere di non farlo anche in futuro!): "Ma lo sai che se stai con noi, pratichi l'Aikido vero ed originale del Maestro Morihei Ueshiba?!"

E lui, fra sé e sé: "E chi kazz'è pure questo!".

Un secondo dopo, sempre dentro la mente del neofita: "Perché quanti kazz di Aikidi (la -i è d'obbligo, perché è plurale!) ci sono?!"... "E mo come faccio a capire quale mi piace di più?!".

In effetti uno si iscrive generalmente al corso più vicino a casa e non ne sa nulla sul fatto che esistano distinte e specifiche Scuole e stili della disciplina: di solito per i primi mesi/anni si accontenta delle sue lezioni settimanali (è già difficile fare anche solo questo!), e chi se ne frega se altrove si pratica in un'altro modo... ormai abbiamo già pagato in quella PALESTRA (termine utilizzato di solito dai SOLI PRINCIPIANTI, mica ti ci riconosci, vero?!), e ora stiamo li... punto.

Bisogna però anche sapere che gli esseri umani che osservano o praticano una qualsiasi attività hanno la naturale ed inevitabile propensione ad interpretare la loro esperienza ed anche a giudicarla.

Quindi CHIUNQUE pratichi Aikido, praticherà il SUO Aikido e non quello del Fondatore, per esempio: questo ormai speriamo sia sufficientemente chiaro (benché notevoli esponenti della disciplina continuino ad affermare irresponsabilmente il contrario)!

Come mai allora si sono cristallizzate numerose "versioni differenti" di pratica, tecnica, didattica di questa disciplina?

Perché il Fondatore ebbe alcuni allievi notevoli, che divennero a loro volta notevoli Insegnanti e che agevolarono molto la diffusione dell'Aikido in tutto il globo.

Solo che ciascuno di essi ha - ovviamente - percepito e fatto proprio l'Aikido secondo le sue personali capacità, inclinazioni e prospettive. Una cosa è certa: nessuno di loro ha fatto ciò che ha fatto, sperando o volendo fare male le cose!

Quindi c'è chi si è specializzato nella visione "salutista" della disciplina, mettendo parzialmente da parte l'aspetto marziale e privilegiando la connessione mente-corpo, ad esempio... all'incirca le ragioni per le quali nacque il Ki Aikido (do you know Koichi Tohei Sensei?)

Altri hanno voluto mettere l'accento invece proprio sul lato marziale della pratica, mettendo alla luce stili come Yoshinkan e Yoseikan (rispettivamente Goszo Shioda Sensei, e Minoru Mochizuki Sensei).

Un Maestro come Kobayashi Sensei crediamo fosse molto propenso ed interessato a mostrare come un gesto potesse diventare essenziale ed impercettibile, per fare un altro esempio... ovvio che nella sua scuola si continui ad andare in quella direzione.

C'è stato chi, come Saito Sensei, ha concentrato tutta la sua attenzione alla conservazione del bagaglio tecnico di tai-jutsu e buki waza dell'Aikido, specializzandosi nelle didattiche ritenute al tempo migliori per trasmetterlo.

All'Aikikai di Tokyo (luogo da quale provengono le radici di Enti come l'Aikikai d'Italia) si è pensato molto a come far conoscere l'Aikido al mondo, oltre che a quelle poche decine di aficionados che si recavano ad Iwama per farsi cartellare direttamente dalle mani del Fondatore.
Un Aikido quindi dinamico, relazionale se vogliamo...

In Francia ha preso piede un Aikido sicuramente relazionale, basato molto su una pratica che potremmo definire "sportiva" della disciplina, ossia con cura per uke oltre che per tori... dove si suda un tot e salgono i battiti cardiaci per il livello stamina, ad esempio.

[l'elenco è tutto tranne che esaustivo... e volto solo a far comprendere ciò di cui parliamo: di importanti sfumature differenti di Aikido ce ne sono ancora a bizzeffe!]

In questo quadro generale, alcuni hanno deciso di avere programmi tecnici ridotti all'essenziale, altri di mantenerli belli ampi e corposi... alcuni hanno rinunciato all'utilizzo delle armi, altri ne hanno fatto l'emblema della propria specializzazione, altri sono andati a cercare la pratica delle armi in altre scuole di scherma giapponese, ad esempio...

Come mai?

Probabilmente perché in testa e nel cuore si avevano idee differenti, priorità differenti, scale di valori diverse: nessuno ha voluto compiere errori grossolani, e di solito ciascuno si è ben specializzato in un campo specifico.

Ciò ha iniziato a costituire una sorta di "codice di pratica" peculiare... che negli anni si è fatto distinguere, talvolta allontanandosi - almeno in superficie - da quello di alcuni altri.

C'è stato forse qualcuno che desiderava essere il migliore di tutti?
Non crediamo... sarebbe stata una presunzione vuota ed inutile, che di solito non anima le persone bene intenzionate.

C'è stato forse qualcuno che era convinto di muoversi nella direzione migliore?
Tutti, quasi sicuramente!

Fatto sta che quindi oggi chi si approccia all'Aikido è bene che sappia che ci sono molti modi per praticarlo e farebbe - secondo noi - bene ad indagare quale aspetto della disciplina è maggiormente utile ed incline a sé.

Sottolineiamo che necessariamente ogni approccio ha punti di forza e potenziali punti di ombra: sarebbe interessante esserne consci PRIMA di intraprendere un percorso, per poi non cadere dall'alto cammin facendo.

Una persona interessata maggiormente alla spiritualità che si dedica all'Iwama Ryu, ad esempio, che è uno stile solido, potente, pulito... ma anche per questo molto razionale... forse potrebbe col tempo percepire che qualcosa manca.

Altrettanto deluso potrebbe rimanere un interessato alle caratteristiche più marziali se si iscrivesse ad un corso di Ki Aikido: non che li la cosa manchi - certo che no! -, ma diciamo che ci sono ambiti in cui è stato messo maggiormente a fuoco questo peculiare aspetto.

Cambiando i codici di pratica, si modifica anche il senso di determinate azioni... e questo influisce molto anche sull'aspetto tecnico: questa è la ragione per la quale alcuni atteggiamenti sono considerati positivi in un ambito, ma magari vengono considerati erronei in un altro!

Potrebbe accadere che ci si rechi ad un seminar di Aikido diretto da un Insegnante proveniente da uno stile diverso da quello di propria appartenenza: vedremo cose fatte in un'altro modo, talvolta anche molto differenti da quelle alle quali siamo abituati.

In alcuni casi, potremo anche sentirci dire che ciò che facciamo abitualmente "è sbagliato", che non si fa assolutamente così, e che il modo migliore è completamente diverso...

Anziché rimanerci SOLO male e farci prendere dallo sconforto, proviamo prima a comprendere SOTTO QUALE OTTICA ci viene fatto quel rimando!

Cosa voleva dirci quell'Insegnante con la sua correzione?

Che siamo sbagliati dalla nascita?

Che lui mira a prospettive dell'Aikido differenti dal quelle alle quali siamo abituati?

Tutto è possibile, però è importante in ogni caso che non si tenti di giudicare a priori senza aver PRIMA almeno tentato di decifrare il codice con cui ci viene presentato un qualcosa (l'Aikido, come molto altro nella vita).

Gli assoluti sono sempre da smorzare: "sempre" e "mai" sono due parole tipiche degli innamorati sognatori, ma di spesso la verità è da qualche parte li in mezzo...

Concentriamo quindi sul significato che sta dietro ad un'azione e sui perché che spingono a compierla, poiché essi - da soli - riescono a connotare molto di ciò che vediamo o proviamo in prima persona.

Il giudizio a priori è qualcosa di molto comodo, ma anche poco saggio: vedere modalità differenti da quelle alle quali siamo abituati è qualcosa che spaventa, perché richiede una grande apertura... ma senza questa apertura è difficile imparare qualcosa sul serio... almeno secondo la nostra esperienza.

Il giudizio è un grande strumento, perché ci consente di dare un senso alle esperienze... quindi vediamo di non utilizzarlo SOLO come un enorme freno a farne di nuove ed arricchenti, SOLO perché differenti a quelle a cui siamo avezzi.

Buona Aiki-decodifica a tutti!