lunedì 20 marzo 2017

Quando manca l'Aikido

L'Aikido manca... quando non lo "metti in pratica".

L'Aikido manca quando è praticato SOLO su un tatami.

L'Aikido che manca è la strada che non percorri perché ti sembra troppo difficile e irta di sacrifici.

L'Aikido che manca è quella parte di te che odi e che specchi più volentieri nel prossimo.

L'Aikido che manca è ciò che vorresti avere in termini di gradi e riconoscimenti, e che speri vada a colmare la tua pochezza interiore.

L'Aikido manca in quella convinzione che un giorno si sarà perfetti, senza comprendere che lo si è già, che lo si è sempre stati... nella propria imperfezione.

L'Aikido che manca è quel Maestro che proverai ad imitare piuttosto di assumerti la responsabilità di essere il maestro di te stesso, ogni giorno, in ogni istante.

L'Aikido manca nel credere che quel vecchietto giapponese dello scorso secolo abbia fatto tutto ciò che c'era da fare... e che l'unica cosa che possiamo fare di buono e provare a scimmiottare i suoi movimenti.

L'Aikido che manca è quello che non ti rimane addosso quando ti togli hakama e keikogi.

L'Aikido che manca è quello che non viene con te quando esci dal Dojo.

L'Aikido che manca è quell'occasione di andare oltre ciò che utilizzi per definirti, per restare comodamente assopito in ciò che credi di essere.

L'Aikido manca quando è fatto "per controllare l'avversario".

L'Aikido manca quando cerca di "utilizzare la forza dell'avversario contro quest'ultimo".

L'Aikido manca quando si impara a "difendersi" ed a "reagire".

L'Aikido manca quando il sistema gerarchico e quello del buon senso divergono.

L'Aikido manca quando passa per una disciplina esclusivamente sportiva.

L'Aikido che manca è quando tutto va per il meglio e l'ego trova in ciò una buona scusa per gonfiarsi in modo tronfio e ottuso.

L'Aikido manca quando fai di tutto per far sapere agli altri che fai Aikido, perché altrimenti nessuno se ne accorgerebbe.

L'Aikido manca quando insegni perché non hai più voglia di imparare.

L'Aikido manca quando non ti assumi la responsabilità di condividere ciò che sai, e ciò che SEI.

L'Aikido che manca si avverte, anche se non abbiamo parole in grado di esprimere la nostra sensazione.

L'Aikido manca quando è insegnato solo per soldi (10 casi su 1000) o solo per un hobby falsamente altruistico (997 casi su 1000).

L'Aikido manca quando si imbibisce di competizione nascosta e manipolatoria.

L'Aikido che manca non è SOLO un problema degli altri praticanti.

L'Aikido manca creando una sensazione dolorosa e di incompiutezza: un punto singolare di mancanza di armonia, che solo un distratto potrebbe ignorare.

L'Aikido manca quando non ricalchiamo i principi della natura.

L'Aikido manca quando è solo marziale o è solo relazionale.

L'Aikido manca quando si impara la scorza esterna di un movimento, senza chiedersi troppi perché, né ricercando le ragioni profonde che lo hanno generato.


L'Aikido manca quando ci si chiede troppi perché... pur di non agire e sperimentare sul campo l'eventuale frustrazione di non avere ancora delle risposte soddisfacenti a chetarli.

L'Aikido manca, ma qualche volta è presente... e questi momenti sono sufficienti a renderci appagati di aver sopportato la sua assenza.

L'Aikido manca sia quando è troppo formale e che quando lo è troppo poco.

L'Aikido manca quando tori "impone armonia" su uke.

L'Aikido manca quando per farlo utilizzi più energia muscolare di quanta sarebbe necessaria, o anche troppo poca, ovviamente.

L'Aikido manca quando con la scusa della sua presenza non si rispetta chi lo pratica.

L'Aikido manca quando si pretende che ci sia.

L'Aikido che manca è quello che si pratica solo per se stessi o solo per gli altri.

L'Aikido c'è quando abbiamo accettato serenamente l'idea che manchi, quando non abbiamo aspettative, ma siamo presenti con tutto noi stessi perché crediamo che sia comunque la cosa migliore  da fare.

L'Aikido che manca è ciò che ci fa impegnare per sopperire a questa sentita mancanza.





lunedì 13 marzo 2017

Aikido e centralizzazione del movimento

Richiede un po' di tempo decidere di agire nella vita, smettendo di "reagire" semplicemente, come farebbero delle cavie da laboratorio.

L'Aikido potrebbe essere quindi anche definita "l'arte di agire, smettendo di reagire".

Ma agire non è qualcosa di così semplicistico: è possibile farlo in modo parziale, fortuito, consapevole, immediato, riparatorio, frenato, totale, integrato...

Noi tutti abbiamo un corpo ed è sicuramente con quello che visibilmente agiamo sul tatami: anche il nostro corpo - tuttavia - tende ad agire in modo molto differente da quello che fa, ad esempio, il nostro Insegnante.

I suoi movimenti sono fluidi, eleganti, consapevoli, veloci, precisi... mentre i nostri appaiono invece più stentati e goffi di solito. É per questo che ci siamo iscritti ad un corso, per migliorare il nostro "modo di muoverci", sia nel Dojo che nei confronti di noi stessi.

Il movimento corporeo risulta un ottimo specchio del nostro mondo interiore e della fluidità con la quale ne entriamo in contatto: la materia ha, fra l'altro, il pregio di essere qualcosa di più misurabile ed oggettivo, rispetto al nostro mondo interiore... ed è infatti su un tatami fisico che si svolgono gli allenamenti!

Cosa vuol dire quindi "centralizzazione del movimento"?

Si parla di solito di un movimento che proviene dall'hara, dal centro addominale quindi, e che si propaga negli arti inferiori e superiori in modo naturale... rendendo l'azione veloce, efficace ed integrata.

Il nostro avversario in fondo non fa altro che testare e mettere continuamente alla prova il nostro grado di integrazione corporea nei movimenti che eseguiamo.

Più questi movimenti saranno "non locali", nel senso... "non solo realizzati da un braccio o da una gamba" - per esempio -, più essi risulteranno "efficaci" (altra brutta parola, che sarebbe bene sempre contestualizzare nei significati!).

Immaginate di avere una CPU che risiede 2 dita sotto l'ombelico, che detta gli ordini all'hardware composto da busto, testa, braccia e gambe: se tutte le parti del corpo sono collegate "in rete" fra loro ed è ben chiaro chi ha potere decisionale e chi ha compiti operativi... il "sistema" corpo si muoverà in modo appropriato alle circostanze, massimizzando le sue risorse interne.

Ma questo di solito non accade, specie se siamo principianti... specie se un mouse o una stampante volessero far funzionare un computer al posto della sua CPU, specie quindi quando la CPU fosse spenta e gli altri elementi fossero costretti goffamente a compensare alle sue mancanze.

In questo caso parliamo di "disconnessione" del corpo, nel senso che ogni nostro "componete" fa un po' da sé... non per forza con soddisfazione e profitto globale del sistema di cui fa parte!

La centralizzazione del movimento presuppone che non ci sia chi "fa di più" e chi "fa di meno", ma che ciascuno faccia ciò per cui è destinato, rimanendo rilassato quando ciò è utile ed attivandosi altrettanto al momento più opportuno...

... opportuno per sé e per il sistema integrato di cui fa parte: è necessario ragionare in termini associativi, anziché dissociativi quindi.

Cresciamo in una società in cui il meglio per noi è avvertito come sinonimo del male per qualcun altro (e viceversa): in Aikido impariamo che il bene nostro e degli altri sono qualcosa che può anche coincidere.

Si tratta di conoscere qual è il momento migliore perché un muscolo sia spettatore e quando è bene renderlo protagonista di ciò che vogliamo esprimere attraverso il movimento.

Questa cosa però è possibile SOLO se c'è un "direttore d'orchestra" attento ed intonato, ed una batteria di musicisti preparati che non hanno la mania o l'esigenza di emergere come "la prima donna".

A ciascuno il suo ed in modo rispettoso e sopportante di tutti gli altri elementi che mandano avanti lo spettacolo: nel nostro caso lo show è un conflitto, recitato in un luogo in cui l'aggressore ci permette di comprendere quale livello di complicità costruttiva regni nella nostra compagnia teatrale.

Le braccia troppo flosce, le gambe troppo tese... le anche troppo inattive: come nella società in cui viviamo, c'è chi fa troppo e chi fa troppo poco o nel momento meno opportuno.

Il movimento non è "centralizzato", così come non sarà necessariamente integrata la coscienza dell'individuo che firma in questo modo il suo muoversi.

Esiste una parte di noi che è predestinata al raziocinio, al know how, allo studio del dettaglio, alla scomposizione... questa parte - solitamente collocata nell'emisfero celebrale sinistro - muove (di solito) la parte destra del corpo umano; la parte sinistra del corpo invece viene mossa dal lobo destro, che tende ad un funzionamento più olistico, integrativo, irrazionale, empatico, emotivo... ad una visione globale del fenomeno che sta vivendo.

Nel muoverci, continuiamo a coinvolgere sia l'emisfero sinistro che quello destro: quando uno dei due predomina sull'altro - anziché cooperare con l'altro con le sue peculiari qualità - il movimento risulta parziale, disorganizzato, migliorabile nel rapporto risorse/risultati.

La centralizzazione del movimento è quindi quello strumento che ci permette di vedere chi siamo e come affrontiamo la vita, ma non si tratta di una funambolica teoria psicologica o di mera filosofia... si tratta di ore ed ore di tatami: diventiamo noi stessi l'esperimento e lo sperimentatore in contemporanea.

Chi è integrato nel movimento "fuori", non può essere disordinato, né banale "dentro": l'Aikido quindi si presta come uno strumento incredibilmente potente per chi ne sa intuire (lobo destro) la profondità e mettere a frutto (agire, lobo sinistro) gli insegnamenti ricevuti.

Vivere meglio nel quotidiano è possibile, ma per farlo è necessario ricavarci un luogo ed un tempo dedicati a noi, nel quale rilassare la tensione e/o irrobustire le lassezze che chiunque tende a portarsi dietro.

"Andare in CENTRO" quindi non è qualcosa che è possibile fare a passeggio solo durante i week end, è un luogo ed un tempo nel quale è possibile vivere... anche se abitiamo in periferia!

Non si tratta solo di portare la periferia in centro, ma di esprimere il centro in tutte le nostre periferie: un risultato non da poco, ma che in una quindicina di anni di allenamento chiunque crediamo possa incominciare a percepire.

La nostra coscienza è il pennello ed il movimento che creiamo con il corpo è l'esercizio calligrafico, lo shodo unico, momento per momento irripetibile ed immodificabile che specchia la sua armonia, conviene impegnarsi ad imbrattare con una certa grazia il tatami del nostro muoverci...

PS: 15 anni per percepire il risultato sono ok... forse però serve anche tutto il resto della vita per provare a raggiungerlo con una stabilità soddisfacente!




lunedì 6 marzo 2017

Shoji Sugiyama Sensei: addio al Samurai della pianura padana

Interrompiamo la pubblicazione dei Post pianificati, per salutare come si deve un grande pioniere delle arti marziali torinesi, piemontesi, italiane... che ci ha lasciato lo scorso 3 marzo: Shoji Sugiyama Sensei, di cui molti nostri lettori sono stati affezionati allievi.

Nato a Shizuoka il 4 aprile 1933, aveva 84 anni.

Soltanto quindici giorni fa la FIJLKAM gli aveva tributato, con il 9º dan, un segno di piena e totale riconoscenza e nessuno, meglio dello stesso Maestro Sugiyama, è stato in grado di regalare con la stessa efficacia la sintesi della sua vita meravigliosa:

“Fu proprio mentre stavo risalendo la china e i dirigenti del Judo della mia regione nutrivano nuovamente speranze sul mio futuro agonistico che fui convocato dal Maestro Mochizuki. Continuava a ricevere inviti per andare ad insegnare all’estero, ma non poteva più aderire per problemi di lavoro e di famiglia.

Fu così che mi chiese (in Giappone equivaleva a un ordine) di andare in Francia per un paio d’anni a insegnar Judo e Aikido.
Per questo motivo mi promosse 6° dan di questa specialità.

Rimasi in Francia per circa un anno e mezzo, a Parigi e Versailles, ma di frequente mi recavo anche in varie località del paese per fare stage.

Nella primavera del 1959 mi recai anche sulla Costa Azzurra, a Cannes e a Nizza, dove un giorno per strada incontrai il mio nuovo destino, un giovane che si presentò: era Piercarlo Capelli, studente innamorato del Judo, che parlava un po’ di giapponese.

Mi invitò a Torino, una città che non avevo mai sentito nominare e che mi fece poi l’effetto di un “paesone”. Non era certo Parigi. Mi recai così a Torino per due settimane di stage e poi mi fu proposto anche di trasferirmi per un anno. Accettai.

La mia intenzione era di tornare a Parigi, che comunque esercitava su di me un certo fascino e poi via, in Giappone, a casa.

Dopo un anno di lavoro alla società Ginnastica Magenta però, i miei allievi non vollero lasciarmi ripartire, al punto che fondarono una palestra per me: Doyukai. Vi rimasi per quattro anni.

Poi mi resi indipendente e realizzai la mia palestra il Dojo Sugiyama Torino, e mi creai una famiglia, allietata dalla nascita da tre splendidi figli”

 - Tratto dal libro “Sugiyama Shoji  IL MAESTRO  Genesi di un’Emozione” -






Sugiyama Sensei era un Maestro esperto di numerose discipline marziali, e basta scorrere brevemente il suo curriculum per rendersene conto di persona:

- 9° dan Aikido I.F.N.B.
- 8° dan Yoseikan Aikido
- 9° dan Judo FIJLKAM
- 7° dan Karate
- 6° dan Iaido

Egli inoltre ha ricoperto la carica di Presidente I.F.N.B. Italia e Europa, Vicepresidente I.F.N.B. Japan, Consulente di kata per l'Unione Europea di Judo (EJU), Docente Federale (FIJLKAM) di Kata, Responsabile di Kata Piemonte e Val d'Aosta.

Stiamo parlando di un Maestro che fu allievo diretto di Minoru Mochizuki (a sua volta uno degli allievi diretti dei Fondatori del Judo - Jigoro Kano - dell'Aikido - Morihei Ueshiba - e del Karate Shotokan - Gichin Funakoshi -)... quindi la sua figura va al di là degli interessi specifici di un singola disciplina, ma si colloca in un ambito generale di pionierismo, sulle arti marziali nel nostro Paese.

Qui a Torino, il luogo dal quale la Redazione di Aikime vi scrive fisicamente tutte le settimane, il Maestro Sugiyama era conosciutissimo e molti dei corsi di Judo, Aikido e Yoseikan Budo presenti sul territorio sono stati aperti negli anni dai suoi migliori allievi, divenuti a loro volta col tempo Insegnanti.

Abbiamo anche avuto la fortuna di conoscerlo di persona, anche se non di frequentarlo con regolarità.
La casa in cui ha vissuto per decenni si trova fisicamente ad un paio di km dal nostro Dojo!

Un Insegnante d'altri tempi, al quale tutti noi dobbiamo molto... per il suo coraggio di investire in attività che risultavano completamente sconosciute al suo arrivo in Italia.

La sua è stata una vera e propria missione, che ha fatto da apripista a molte delle attività che uno sprovveduto potrebbe dare per scontate... ma che non lo sono affatto.

Come abbiamo già detto, il Maestro si è spento pochi giorni fa a Torino: sentite condoglianze a tutta la famiglia Sugiyama ed ai suoi allievi più stretti 

I funerali si svolgeranno, sempre a Torino, domani, martedì 7 marzo 2017.

La Camera ardente osserverà i seguenti orari: lunedì 6 (13-16) e martedì 7 (8-14.30) nell'Ospedale Giovanni Bosco (via Pergolesi, 30).

La Benedizione avverrà alle 15.25 nel Cimitero Monumentale di Torino (Corso Novara, 135).

Grazie di tutto e buon viaggio  Sugiyama Sensei!




lunedì 27 febbraio 2017

In Aikido mettici la faccia!

Seminario di Aikido XYZ: luogo, orario... ma niente nome del docente, niente foto.

Lezione di Aikido "ciccio formaggio": luogo, orario... ma niente nome del docente, niente foto.

Che l'Aikido sia diventato un'attività anonima?

Che a tenere le lezioni o i seminari sia sempre quel connetto giapponese che si vede nelle varie locandine!?

Assomiglia straordinariamente a Morihei Ueshiba, ma non può essere lui... perché è morto nel 1969!!!

Che cosa vogliono dire poi quei pittogrammi complicatissimi, di solito scritti in verticale, che si trovano sempre in ogni manifesto di raduno Aikidoistico?

Ah... è la scritta "AIKIDO" in giapponese!!!

Ma chi la fa la lezione?
Un esperto di calligrafia???

No, forse un Maestro... e perché allora non c'è il suo nome o la sua foto (spesso mancano tutti e due!) sulle attività che promuove?

Forse perché in foto viene sempre male?
Ma non dovrebbe rappresentare "armonia"?

Com'è che non è Aiki-fotogienico...?!

Forse perché se ci si mette la faccia è poi più difficile evitare la figuraccia, nel caso in cui il seminario o le lezioni siano poi deserti.

Lo sapete vero che la maggioranza dei seminari di Aikido in Italia sono voluti ed organizzati dai DOCENTI di Aikido - ufficialmente per il bene dei propri studenti - e non per richiesta di qualche gruppo di allievi particolarmente studioso?

Si chiama "auto-promozione", insomma: chi crede di essere un Maestro mette su una locandina, improvvisata con Word... poi 4 allievi per pena verso il loro insegnante passano qualche pomeriggio di sabato a sbattersi per terra a vicenda... e finisce tutto con qualche torta sapientemente preparata da mamme e mogli dei partecipanti e con un bicchiere di coca cola: la vera parte deliziosa ed irrinunciabile dello stage è generalmente questa!!!

Nulla di male nel potere aggregativo e socializzante dell'Aikido, anzi... solo che ogni tanto bisognerebbe fare Aikido anche perché VOGLIAMO fare Aikido e perché ciò ci torna UTILE!!!

Generalizzare è spesso limitante, ma ciò non toglie che vediamo ancora un tot di eventi organizzati da piccoli insegnanti (e non per forza di statura), forse con l'unico intento di vestirsi da giapponesi ed essere chiamati "Maestro" da qualcuno... purtroppo.

D'altronde non esiste una regolamentazione chiara, quindi ciascuno fa un po' ciò che ritiene essere il meglio, ma per sé e per gli altri... o solo per sé?

L'Aikido centra sicuramente con il proprio "io", ma non dovrebbe essere in toto destinato all'ingrasso dell'EGO di nessuno.

Per questo che "metterci la faccia" diventa sempre più importante: così sono più chiari sia gli onori che gli oneri, e ci rivolgiamo innanzi tutto a chi INSEGNA, ovviamente!

Ci auguriamo sempre di più che gli allievi abbiano l'abitudine alla curiosità ed al buon gusto anche pre-iscrizione ad un corso o ad un seminar: se vedete comportamenti eccessivamente amicali, o da "volemose-Aiki-ben" diffidate.

Diffidate se chi avete dinnanzi evita di esporsi, poiché chi lavora con coscienza e consapevolezza del proprio operato non ha alla di temere nel farlo.

Un Maestro è innanzi tutto uno che dà... e che lo fa con generosità, senza aspettative sull'eventuale ritorno: una persona simile non ha remore a fare le cose in chiaro, dando nome e cognome alle cose che propone agli altri.

Si vedono, ad esempio, ancora relativamente pochi Insegnanti disposti a far entrare un live da social network nel proprio Dojo: vi siete mai chiesti come mai?

Certo che per tradizione, ciò che avviene nel Dojo è riservato agli "addetti ai lavori"... ed ai tempi di Takeda Sokaku era mantenuto rigorosamente segreto.

Sapete tuttavia chi fu, nel lontano 1958 a consentire che addirittura una TV americana (cioè l'equivalente dei social network del tempo) riprendesse scene ordinarie d'allenamento nel proprio Dojo?

Ma un certo Morihei Ueshiba, naturalmente!


Un innovatore?
... Sicuramente, ma anche una persona che non aveva nulla da nascondere forse!

Crediamo che per molti sarebbe piuttosto difficile, scomodo o imbarazzante far vedere al mondo quanto nel proprio Dojo "se la suonino e se la cantino" davanti a 4 gatti con gli occhi pieni di punti interrogativi. Ed oggi oltre tutto basta un telefono per aprirsi al mondo...

Non è quindi mancanza di mezzi, quanto forse talvolta proprio questione di Aiki-pisello minuscolo... misto ad un certo numero di altre problematicità, sapientemente travestite da morigeratezza, riservatezza, affezione alla privacy... ed altre scuse simili.

Possiamo fare molto per la nostra disciplina, ma dobbiamo parlare il linguaggio della nostra epoca per fare la differenza nella nostra epoca: se l'universo è uno specchio - come O' Sensei ed un tot di altre personalità illustri vanno affermando da secoli - allora tanto più ci apriamo al prossimo, tanto più egli ci verrà in contro... e varcherà le porte dei nostri Dojo, meglio comprendendo cosa accade al suo interno.

Bisogna però prima essere disposti a metterci la faccia però, altrimenti il processo nemmeno decolla!



lunedì 20 febbraio 2017

Aiki Gioco®: l'Aikido dai 4 ai 15 anni

Recensiamo nuovamente oggi per voi un testo inerente all'Aikido... e riguardante uno degli aspetti più importanti e spesso tralasciati della sua pratica, ovvero l'Aikido dei più giovani.

Aiki­-Gioco® - prima ancora di essere un libro cartaceo - è un sistema didattico per l'apprendimento dell'Aikido sviluppato specificamente per i bambini e creato ad hoc per rispondere alle differenti esigenze che essi incontrano, crescendo, nella pratica di questa disciplina.

Tale metodo è stato creato dal Maestro Fabio Ramazzin, docente federale e professionista, a partire dalla sua pluriennale esperienza sul campo con i minori... e con il supporto ed avvallo delle più attuali ed autorevoli teorie psicopedagogiche e sociologiche rivolte all'infanzia e all'adolescenza.

Molte volte abbiamo visto ingiustamente trascurare la qualità dell'insegnamento rivolto ai più giovani e l'inabitudine a rimanere connessi con le esigenze specifiche delle mutevoli e delicate fasce d'età di infanzia ed adolescenza, quindi siamo più che felici che qualcuno abbia iniziato un lavoro serio di organizzazione e sistematizzazione di un argomento così importante: tra i bambini di oggi ci sono gli Aikidoka... e sicuramente anche i Maestri del futuro!

Non prestare loro attenzione è poco lungimirante, oltre che essere fuori mandato rispetto alla nostra disciplina!



Ma che cos'è dunque "Aiki Gioco®"?

Si tratta di una metodologia di insegnamento a 360 º dell'Aikido specificamente mirata per ogni fascia d'età, che consente di adattare al meglio le attività svolte sul tatami a fini educativi, cogliendo le peculiarità caratteristiche delle età di ogni giovane Aikidoka.

Il metodo è strutturato in 5 "categorie"

- Pulcini (4 - 6 anni)
- Piccoli (6 - 7 anni)
- Medi (8 - 10 anni)
- Grandi (11 - 13 anni)
- Ragazzi (14 - 15 anni)

Esse sono prese in prestito dalla divisione utilizzata nel nostro Paese per l'età scolare e rappresentano differenti e peculiari età dello sviluppo del bambino.

Per ogni categoria è stata pensata una didattica specifica, un programma tecnico, una modalità di esposizione dell'Aikido e un bagaglio esperienziale da sottoporre ai piccoli Aikidoka.

Questo metodo - secondo noi - è importante poiché consente a chiunque intenda fare esperienza come docente di Aikido dei più giovali... di partire con una buona guida strutturante di base (il libro Aiki­-Gioco®), una serie di iniziativa interattive - come il sito web Aiki­-Gioco® -, oltre a seminari dedicati all'approfondimento specifico di ogni tematica trattata dal metodo e - SOPRATTUTTO - una CERTIFICAZIONE qualitativa!

Ricordiamo infatti che i corsi per bambini/ragazzi NON dovrebbero essere riservati agli Insegnanti di primo pelo... a quelli che "insegnano ai più piccoli per farsi un po' di esperienza", insomma!

Al contrario, i corsi riservati ai più giovani risultano spesso i più complicati da gestire e quelli nei quali un errore grossolano degli Operatori causa un danno maggiore e persistente: gli adulti sono molto meno malleabili dei loro corrispettivi compagni giovani del tatami... quindi risultano anche meno influenzabili, sia nel bene che nel male, dalle proposte dell'Insegnante.

I bambini invece sono fragili, potenzialmente già molto pieni di Aiki, ma necessitano di "struttura" e di essere trattati con una certa responsabilità e professionalità da parte degli adulti che se ne occupano.

I corsi per giovano NON devono infatti essere condotti da Insegnanti improvvisati (come invece accade ancora troppo spesso), né dovrebbero essere pensati come copie in miniatura dei corsi per adulti... poiché presentano esigenze, dinamiche e caratteristiche del tutto differenti da questi ultimi.

L'Aikido per i bambini e per i ragazzi è una cosa, quello per adulti invece è tutta un'altra: è finalmente il caso di chiarirlo una volta per tutte!!!

Chi vuole rivolgersi alle fasce più giovani di utenza fino ad oggi doveva spesso improvvisare in base alla propria esperienza e basarsi unicamente sulla propria "voglia di fare", spesso facendosi anche un po' le ossa sulla pelle dei nostri piccoli allievi.

Ora non è più così, ed un plauso notevole di sicuro lo merita il Maestro Ramazzin per aver voluto mettere a disposizione di tutti il frutto del suo notevole lavoro di studio e della sua esperienza!

Non vogliamo togliamo tutte le sorprese dell'approfondire tutte le caratteristiche del metodo Aiki­-Gioco®, ma sappiate che esso comprende una descrizione ampia ed approfondite su:

- i ruoli all'interno di un corso di Aikido per giovani;
- il sistema delle regole in un Dojo e la sua valenza educativa;
- accessori ed ausili alla didattica;
- giochi e video-tutorial tematici divisi nelle diverse classi d'età;
- programmi tecnici inerenti al tai jutsu ed al buki waza dedicato ai più giovani;
- formazione continua dei docenti del metodo  Aiki­-Gioco®... e molto altro ancora.

Date un'occhio al sito Aiki­-Gioco®, dove potrete scaricare un'anteprima gratuita del libro cartaceo... o acquistatelo direttamente on-line al seguente LINK

Buona fortuna infine con i vostri corsi juniores, ben avendo chiaro che a volte la fortuna centra veramente poco e che una formazione seria e continua sarà sempre più un elemento discriminante in ogni attività... specie in quelle che si rivolgono ad un'utenza speciale e preziosa come i più giovani!

lunedì 13 febbraio 2017

Il controllo di uke, e chi fa dell'Aikido un purè

Spesso leggiamo che uno degli aspetti caratteristici dell'Aikido è la possibilità di avere il completo controllo dell'avversario, senza che egli risulti ferito, né che possa reagire in alcun modo...

Avete sentito o detto anche voi spesso qualcosa di simile?

Quest'oggi riflettiamo su quanto possa essere vera ed al contempo fuorviante una simile affermazione.

Che cos'è nella vita di tutti i giorni "il controllo"?

Di solito è un'operazione che eseguiamo in seguito ad una mansione della quale vogliamo sapere l'esito: facciamo - ad esempio - un'operazione matematica (4 + 4 =8), quindi verifichiamo se il risultato è corretto oppure no.

L'operazione è già avvenuta, il controllo si fa dopo.

Perché si controlla l'operazione?
Forse perché non essendo computer esiste una possibilità di sbagliare... di non giungere al risultato giusto, quindi si controlla per poter eventualmente aggiustare il tiro, qualora al primo tentativo non fossimo riusciti a centrare il nostro obiettivo.

Questo è sufficiente per comprendere come "il controllo" sia un'operazione che giunge IN SEGUITO a qualcosa, e per ovviare alla possibilità di uno sbaglio: non è possibile controllare qualcosa mentre la si fa - contemporaneamente, intendiamo -, né avrebbe senso farlo di qualcosa che non potesse giungere che al risultato sperato.

Ha quindi senso parlare di "controllo di uke", del suo equilibrio in Aikido?

Marzialmente forse si, se lo intendiamo un qualcosa di disgiunto da noi: c'è un soggetto (tori) che controlla un altro soggetto, se non un oggetto (uke)... siamo come minimo in 2 quindi.

Perché devo controllare uke?

Forse perché lui fa la parte del cattivo, di quello che me le vuole dare di santa ragione (anche se poi siamo amiconi e ci tiriamo gli asciugamani sul sedere sotto la doccia!)... e quindi è tutto mio diritto non permetterglielo ed accertarmi che non lo possa fare nemmeno dopo che l'ho proiettato o che l'ho messo sotto qualche bloccaggio articolare.

Non vogliamo di certo romperlo (siamo amiconi!), però è importante per dare un senso marziale alla nostra azione fare una certa attenzione a che il nostro compagno non possa proprio fare ciò che vuole dopo che ci ha attaccato, giusto?

Forse si, non lo neghiamo... in molti la pensano così ed hanno tutto il diritto di continuare a farlo.

A noi sembra sempre più invece che questa sia una SCUSA per non far mergere il vero problema, o meglio, la vera paura... ossia quella di specchiarci nell'altro e diventare una cosa sola con lui.

Lo dobbiamo controllare perché lo TEMIAMO?

La mano destra del corpo controlla forse la mano sinistra?
La spalla sinistra controlla la rotula destra?

NO: sono tutte parti che fanno capo ad un'unico essere, quindi è questo essere complesso che nell'esistere coordina ed integra i movimenti delle parti che lo compongono... un controllo vicendevole sarebbe ridondante, poiché le varie e distinte parti non potrebbero fare altro che essere loro stesse.

Avete mai visto un orecchio controllare che un tallone non abbia improvvisa voglia di fare - per un attimo - il sopracciglio?

Una frase priva di senso, in quanto nessun tallone potrebbe mai fungere da sopracciglio... quindi nessuno avrebbe mai necessità di controllare che questo non avvenga... meno che mai poi l'orecchio che serve a sentire e non a controllare che le altre parti del corpo facciano il loro mestiere.

Allora se noi è il nostro "avversario" siamo uno, come spesso rimandava il Fondatore, per quale ragione ci dovremmo arrogare il diritto di controllarlo?

La risposta potrebbe essere: "Se pure lui si accorge che siamo UNO, non ci sarebbero in effetti motivi... ma metti che lui pensi ancora che siamo DUE e voglia farci un mazzo a tarallo?"

Ecco che sboccia il germe di un'insicurezza, di una paura...

Ma l'Aikido insegna l'insicurezza, insegna la paura? Non ci risulta.
Insegna piuttosto la determinazione, l'ingaggio, la sicurezza, la chiarezza e l'adattabilità.

Se possedessimo queste qualità, ci sarebbe ancora spazio per l'indecisione?
Forse no.

Non è che allora vogliamo controllare gli altri in proporzione di quanto non siamo ancora in grado di controllare noi stessi?!

Nelle forme di Bujutsu precedenti all'Aikido, l'avversario era qualcosa da annientare, distruggere, rendere inoffensivo nel modo più veloce e devastante: altro che specchio di noi stessi... lo rompevamo di brutto subito, piuttosto di specchiarcisi dentro!

Fatti suoi che se l'era venuta a cercare, vero?

Poi arriva nonno Morihei e dice che non bisogna fargli male, che "gli altri siamo noi" (tranquilli, lo dice anche Umberto Tozzi, non è l'unico quindi!), che dobbiamo abbattere le barriere fra noi ed il prossimo, perché siamo una famiglia.



Bella filosofia, ma poi noi cosa facciamo?
Cerchiamo di controllare uke perché non ci possa contrattaccare: voi avete mai avuto un cane?

Avete trascorso tutto il tempo a controllare che non vi mordesse, o ogni tanto vi siete anche goduti la sua compagnia in serenità?

Un cane può morderci, bisognerebbe stare attenti e non abbassare la guardia... o è semplicemente "uno di casa" di cui ci si può fidare?

Il nostro nemico è uno di casa o no?


Nel caso in cui non lo considerassimo tale, ciò sarebbe sinonimo delle molte barriere, etichette pregiudizi che ci dividono ancora ("lui è quello cattivo che attacca, noi siamo quelli bravi che si difendono"): ci sono addirittura shihan che girano il mondo dicendo che uke è "il male" che può trasformarsi in "bene" grazie all'amorevole contributo di tori... pensate un po' voi se non è scissa e duale sta cosa!?

Ma che bravo guaglione è sto Aikidoka medio, pare San Francesco!? Ma vi pare... c'è da farsi venire il diabete per la mielose manipolazione che può celarsi dietro a queste parole.

E chi te lo dice - fesso - che tu sei il "bene"?!
Tu credi esserlo sicuro, ma prova un po' a sentire anche cosa ne pensano gli altri... Certo che se ti credi dio... se sei un essere superiore, non avrai certo bisogno di entrare in RELAZIONE.

"Relazione" insomma è una parola che fa proprio paura, lo avete compreso?

Se noi SIAMO con il nostro partner, se ci sentiamo parte di un essere più grande, che coniuga al meglio ed integra entrambi... allora che esigenza abbiamo di controllare un altro pezzo di noi?

L'Aikido è forse l'are di imporre qualcosa a qualcuno?

È la disciplina grazie alla quale tori impone la sua visione pacifista ad uke, e lo sanziona se lui non è disposto a pensarla così?
Grande pacifista sto tori, e infinita pena per quel povero guerrafondaio di uke... che verrà convinto a suon di leve articolari che sta sbagliando la sua condotta!

Non pensiamo che l'Aikido sia questa roba qui: tori controlla uke se vogliamo parlare in modo duale... il che è possibile (perché il linguaggio è una forma di comunicazione duale), ma anche un pericoloso fraintendimento, se non ci si fa molta attenzione.

Noi vogliamo controllare forse meglio quella parte inconscia di noi stessi che si SPECCHIA nell'altro, non l'altro di per sé... preso come qualcosa di a sé state, separato da noi.

Vogliamo forse controllare quella capacità di "essere uno" con il problema... perché il problema siamo poi noi: se così fosse però è sufficiente percepire la cosa MENTRE avviene, e non perderci in attività inutili dopo che è avvenuta.

Il controllo è per chi ha bisogno di regole, di punti fermi, di strutture ed in Aikido le strutture ci sono solo per comprendere che in fondo non servono, che sono provvisorie...

La necessità di controllo è inversamente proporzionale alla consapevolezza: più ne abbiamo, più cessa la smania di controllare se ce l'abbiamo!

Quando stringete la mano a qualcuno in segno di saluto, di amicizia o di stima, poi vi chiedete o chiedete all'altro se lo avete fatto in modo efficace... o siete capaci di sentirlo da soli come è andato quel momento di contatto, di relazione?

Forse serve piuttosto PERDERE quel "controllo" in Aikido... perché questo apre le porte alla nostra percezione, senza se e senza ma... fa cogliere l'attimo, e non il suo risultato.

La libertà è un oggetto delicato e complicato da maneggiare, allora forse cerchiamo "il controllo" proporzionalmente a quanto non sappiamo stare in relazione con essa, con noi stessi, con gli altri.

Questi sono solo pensieri, ovviamente "fuori controllo"... ma non potevamo augurarci di meglio, dal nostro punto di vista. Se poi avessero fatto riflettere anche qualcuno di voi, ne saremmo profondamente felici.

Non abbiamo però bisogno di saperlo a sto giro...
... non c'è nulla che abbiamo bisogno di "controllare" !!! ^__^