lunedì 19 settembre 2016

決め Kime, il sale della pratica dell'Aikido

Quanti di voi hanno sentito pronunciare sul tatami la parola [決め] kime?

Molti crediamo... di cosa si tratta?


L'ideogramma"" letto [けつ] "ketsu" significa "decisione", "votazione"... il verbo "kimeru" [決める] significa "decidere, "scegliere", "determinare", "costruire/ricomporre la propria mente o il proprio cuore a riguardo di qualcosa", "risolvere", "stabilire", "impostare", "nominare"...

... un insieme piuttosto significativo di valori, potremmo dire, che però non finiscono qui: "kimeru" [決める] può anche significare "persistere nel fare", "ad andare fino in fondo", "determinare il risultato di una partita" (quindi in questo senso "vincere"), "effettuare con successo" (un movimento nello sport, una posa di danza, ecc)", "riuscire nel fare", "essere determinati ed avere un atteggiamento assoluto" (es: immobilizzare con una leva serrata e determinante nel Sumo, nel Judo, ecc).

Avere kime nelle proprie azioni, metterci kime... quindi può effettivamente fare la differenza!!!

Ma quando esattamente nella pratica questa differenza diviene evidente?

Un uke che attacca senza kime è di fatto una freccia che non ha scelto di essere scoccata nella direzione del bersaglio: è uno portatore inconscio di un'energia che viene chiesto a tori di accogliere, armonizzare, dirigere.

Ma che gusto ed utilità risiedono nello schivare automobili che non stanno per investirci, pugni che potrebbero anche non colpirci?

Ben diverso invece accade quando siamo il centro dell'interesse di qualcun altro - di uke in questo caso - ed egli ha deciso CONSAPEVOLMENTE di metterci al centro della sua attenzione e dell'energia che ci invia.

Nelle arti marziali questa energia ha di solito un compito apparentemente distruttivo, cioè lui ci attacca per ferirci, danneggiarci, lederci (fisicamente, emotivamente, etc)... ma la cosa più importante è che questo impeto nei nostri confronti ha un ruolo trasformativo e non può essere ignorato.

Un pugno ci arriva in pieno volto e ci trasforma la faccia in un insieme di lividi... ma proprio perché contiene il kime dell'attaccante, ossia la sua intenzione!

L'intenzione di un attaccante (o di un attaccato) è fondamentale perché è in grado di "parlarci di lui", di conoscere il suo sistema di valori e di credenze, mostra il suo carattere e temperamento... ci mostra "chi è" sul serio, insomma.

Questo è il primo elemento che fa realmente emergere l'importanza del kime: esso è una diretta emanazione di una SCELTA personale di MANIFESTARE le proprie intenzioni più autentiche e profonde, e non solo di apparire... potremmo dire che nel kime risiede lo spirito stesso di chi agisce, e quindi è un importantissimo strumento che tenta di coniugare il FARE all'ESSERE!!!

"Parla come mangi!" si dice dalle nostre parti... quindi il proprio kime è una sorta di biglietto da visita unico e quindi preziosissimo: ricevere il kime, la decisione, la scelta di qualcuno che mette tutto se stesso in ciò che fa dovrebbe essere quindi un onore immenso, oltre che ad una grande responsabilità!

Agire senza kime invece è come essere eternamente insignificanti, "tiepidi"... e giusto per capirci, le parole più dure del dio cristiano nella Bibbia sono ad esempio proprio riservate a coloro che agiscono in questo modus operandi: "Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca" [Apocalisse 3:16].

Indissolubilmente legato al concetto di agire con determinazione c'è infatti il proprio senso di responsabilità per ciò che si fa: cosa ne sarebbe di un principiante attaccato con tutto il furore e l'autenticità che un esperto è in grado di conferire ai suoi attacchi?

Una frustrazione inutile da vivere, dalla quale non risulta semplice apprendere qualcosa di significativo: potremmo parlare di sovrastima degli stimoli rispetto alle proprie possibilità di viverli costruttivamente...

Ma anche il contrario è deleterio: un esperto non attaccato con il kime che proporzionalmente gli si addice vivrebbe l'esatto contrario... ossia una sottostima delle sue possibilità di azione e quindi un mancato apprendimento legato ad un ingaggio inutile, per via di uno stimolo di qualità troppo povera o scadente.

Chi agisce, chi attacca - quindi - non lo deve fare soltanto legando qualcosa di autentico di sé dentro al proprio atto... ma anche tenendo in considerazione di chi è l'altro e di cosa egli abbia bisogno per evolvere nel suo studio Aikidoistico/marziale.

Iniziamo a intravvedere come il concetto di kime abbia connotazioni "relazionali", oltre che personali!

Sia "troppo", che "troppo poco" non sono segni di un buon kime: esso è piuttosto un mix complesso da trovare armonicamente nel qui ed ora, ossia in un luogo ed un tempo nei quali le ricette preconfezionate perdono tutte di senso e significato.

Abbiamo per ora e per semplicità parlato del kime dell'attaccante, ma le cose stanno in modo diverso se parliamo di tori... ossia di colui che deve "amministrare" il kime di uke?

NO, anzi!

Diremmo proprio di
Chi viene attaccato, si sta sottoponendo nelle arti marziali ad uno stress volontario per scoprire meglio se stesso, le sue capacità latenti e la sua attitudine ad agire consapevolmente in condizioni sfavorevoli...

... in questo è già presente molto kime!

Nel giro di pochi istanti però tori dovrà fare i conti con la propria intenzione ed anche con quella del proprio attaccante: due punti di vista differenti e conflittuali fin dalla carta.

A quel punto l'Aikido entra a gamba tesa su qualsiasi altra pratica marziale, nel senso che si differenza da esse per la volontà esplicita di ARMONIZZARE il proprio kime con quello dell'avversario... e non quindi far prevalere il proprio su quello dell'opponente al solo fine di evitare che avvenga il contrario.

Come si realizza tutto ciò?

Se la volontà del nostro avversario volesse condurci da Milano a Napoli, mentre la nostra decisione fosse di recarci altrove, dovremmo chiederci se la cosa più proficua è opporci a prescindere alla sua azione (NO Napoli!) o trovare a nostra volta un luogo "comune" nel quale dirigerci, che in qualche modo sia rispettoso di entrambi gli atti di volontà (what about Roma?).

Non si recede del tutto dai propri intenti, così come non si persegue del tutto in essi... affinché - grazie al nostro avversario - si possa venire a manifestare quella famosa "terza via" in grado di cambiarci e farci evolvere.

Non "lui", non "io"... ma NOI!

In questo il kime dev'essere più che mai chiaro e denso nella nostra azione...

Nell'Aikiken - ad esempio - esistono 2 modalità distinte di ricevere un colpo da parte di uchi tachi (colui che attacca con la spada): il primo si chiama "ukeru ken" (il ken che riceve), mentre il secondo è "kimeru ken" (ossia il ken che decide).

Un video è in grado di chiarire il concetto più di mille parole: vediamo qui rappresentati i kumi tachi (combattimenti codificati) della Scuola di Iwama... e notiamo che ogni esercizio parte con una serie di ricezioni che consentono all'attaccante di proseguire la propria azione, sino all'ultimo movimento (appunto il kimeru ken) nel quale la distanza si stringe e gli viene tolta la possibilità di proseguire oltre negli attacchi.



Vedrete il kimeru ken ai minuti:

- 0:46, 0:54 (ichi no tachi)
- 1:33, 1:49 (ni no tachi)
- 2:10, 2:15 (san no tachi)
- 2:40, 2:51 (yon no tachi)
- 3:28, 3:46 (go no tachi)
- 4:09, 4:26, 4:39 (ki musubi no tachi)

È importante qui notare come la DECISIONE (il kimeru ken) di NON proseguire con il duello (che è ciò che desidera l'attaccante, cioè) e quindi di terminarlo NON genera conseguenze a discapito di uchi tachi.

Essere focalizzati, determinati ed intraprendenti non è quindi sinonimo di aggressività o imposizione sul prossimo!

Il kime che si esprime attraverso un'arma, attraverso un'azione è quindi un ottimo biglietto da visita di se stessi e delle proprie prospettive: in Aikido - ad esempio - la spada è stata trasformata in "katsujin ken", cioè la spada della saggezza... che dà la vita, anziché toglierla... offre nuove opportunità di espressione future per entrambi oltre che essere risolutiva.

Non è diverso nella vita, a patto che:

- le nostre azioni lascino trasparire chi siamo, siano cioè ricche del nostro kime;
- le nostre azioni siano la manifestazione dei nostri ideali più alti.

Non è facile tutto ciò, perché non tutto ciò che ci appartiene è sempre conveniente, lodevole o facile da mettere in mostra. Ciascuno di noi ha un sacco di incompiutezze e lati in ombra, ma è proprio per questo che cerchiamo luoghi e situazione nei quali studiare il nostro kime!

Chi di noi ha intenzione di ANDARE FINO IL FONDO con se stesso?




lunedì 12 settembre 2016

Il Maestro che non cade più è peggio di Belzebù

Cosa significa percorrere un cammino in Aikido (così come in qualsiasi altra disciplina)?

Significa partire con potenzialità latenti e tentare di metterle a frutto con il proprio impegno costante: questo implica soddisfazioni e sbagli... ma chi si accosta ad un percorso di tipo personale di certo desidera vedere cambiamenti sostanziali in se stesso, specie dopo decadi di dedizione.

Il praticante evolve, tramite la propria esperienza di sé, quella maturata con i compagni ed i suggerimenti del proprio Maestro.

Talvolta chi pratica è tori, e deve imparare ad agire nel modo più consono al contesto che si trova a vivere... altre volte è uke, e quindi deve armonizzassi con ciò che accade... deve cedere e non può contrastare.

Essere uke ci insegna a cadere senza remore di farsi male, a "soccombere con stile" difronte all'ineluttabile: parla della parte più intuitiva e femminile del sé... di quella parte di noi che va abbracciata e con-presa poiché non può che essere accettata per ciò che è.

Nell'ottica di qualcuno che intende ancora migliorare se stesso, accettare i propri limiti è un momento veramente importante.... poiché solo chi si confronta con le proprie debolezze può avere l'opportunità di trasformarle in un proprio punto di forza!

Imparare a "cadere", a "perdere", a "sbagliare", a "prenderle"... a "morire" si rivelano tutte lezioni importanti almeno quanto quelle legate alle nostre prese di posizione più nette,  o alle soddisfazioni che il nostro percorso ci fa assaporare, di tanto in tanto.

Ma tutto ciò che avete letto fino ad ora è chiarissimo nelle menti del 99% dei praticanti, specie dei principianti... che sono "vuoti e fiduciosi", quindi un giorno potranno "riempirsi" ed evolvere proprio grazie a questa attitudine, che in giapponese viene chiamata [初心] "shoshin", la "mente giovane".

C'è però una razza di praticanti che spesso dimentica tutto ciò - o perlomeno - semplicemente lo rimuove, in quanto è "già caduta molto", ha già "dato" diremmo... e quindi ora si impegna solo più a far cadere qualcun altro: sono alcuni sfigatissimi Insegnanti di Aikido!

Una masnada dalla "mente vecchia"... dalla quale ci guardiamo bene di appartenere: se li incontrate, fate benedire il vostro tatami da 30 preti shintoisti come minimo!

"Ma io non cado più perché ho una certa età", blatera uno...

"Ma io non cado più perché ho problemi di salute"... risponde in coro un altro...

"Ma io non cado più perché...": basta inventare scuse!

Belle cose avete capito dell'Aikido!... immaginate cosa siete in grado di insegnare al prossimo!

Sbilanciarsi, cadere, fallire... e farlo con arte è appunto il processo che si richiede ad ogni praticante per scoprire quella parte di sé che rimane nell'ombra... e che stimola paure, preoccupazioni, ansie, irrigidimenti: ecco perché è importante il processo intuitivo che avviene soprattutto in uke.

Ma molti insegnanti scelgono di non ricoprire più il ruolo di uke!

Un Insegnante che sta SOLO in ciò che già conosce ed insegna SOLO quello, è una figura mitologica metà praticante e metà kami, che chiede agli altri di fare ciò che egli non fa più (o non ha mai fatto)... in poche parole una fonte di incoerenza messa su un palco scenico.

E poi ci lamentiamo che talvolta gli allievi lasciano il Dojo?
Magari era solo gente sana, che saggiamente a dovuto prendere distanza da un buffone che dovevano chiamare a forza Sensei...

Non puoi essere infatti il testimonial di un processo che in te si è spento da decadi, la tua credibilità vacilla... cade, ci verrebbe da ironizzare!

Cadere non è solo qualcosa di fisico: ovvio che a 60 anni (quando si è di diritto annoverati fra i "Maestri" di una disciplina) si caschi con meno agilità di quando si è ventenni...

... non ci riferiamo a questo, non è una questione di quantità!

Stiamo parlando della capacità di continuare a mettersi in gioco COME in un'ukemi, pure quando si sta in piedi!

Si tratta di DONARSI alla propria causa, a se stessi ed agli altri...



Cosa fa il Fondatore dell'Aikido nel filmato precedente?

Si DONA al suo partner, un bambino... per qualche secondo, quasi come per dirgli "credici", sei bravo, continua così!

Avrebbe potuto non cadere?
Fare un kaeshi waza e mandare al suolo il suo inesperto tori?

Crediamo di si, non ci sembrava un iriminage così potente e da manuale, quello che ha ricevuto!

Sarebbe stato il caso?

Assolutamente no... nel DONARSI, nel cadere, nel mettersi in gioco ad 85 anni, ha contagiato del suo entusiasmo il suo partner.

Pensate ora a quanti Maestri imbecilli insegnano SOLO le cose che sanno già fare, esibendosi SOLO con le persone con le quali i movimenti risultano più scenografici... coloro che non cadono mai, non sbagliano mai... che ci tengono a mantenere un'aura di impeccabilità, stando ben attenti a non varcare mai la propria comfort-zone.

Che pessima pubblicità di una disciplina come l'Aikido!

Capite perché a volte si dice che l'Aikido è per pochi?!
... Talvolta lo è perché questi imbecilli vogliono insegnare al prossimo ciò che hanno scelto di non fare più loro... meglio che abbiano pochi allievi quindi!!!

Nel Dojo si cerca di rincorrere la tecnica "giusta"?
Siamo sicuri che ciò risulti di qualche interesse?

Se provando un movimento lo percepiamo scoordinato, ininfluente, sgraziato, faticoso, inefficace... scatta in noi una frustrazione per tutto ciò, ma anche la possibilità di sentire che fra noi e l'armonia c'è ancora parecchia distanza.

La nostra evoluzione avviene appunto nel tentare di comare questa distanza!

Se un Maestro non fosse MAI fallibile o fallimentare, significherebbe che lui "è arrivato", lui è l'armonia... oltre non si va più, il (suo) percorso è finito.

Al di la di ammirare quanto è figo il proprio Insegnante, siamo sicuri che tanta grazia gioverebbe davvero ad un allievo?

Ma poi sarebbe realmente tale questa grazia, o più che altro ci troveremmo di fronte ad un Maestro che ha tirato i remi in barca e si crogiola con ciò che ha già imparato davanti a chi lo deve ancora imparare?

Un Maestro per noi è un'altra cosa: è un'essere ancora completamente coinvolto nel processo di dare tutto se stesso per la PROPRIA crescita, e che diventa così esempio e fonte di ispirazione per tutti coloro che lo seguono, proprio perché possono riconoscersi completamente in lui.

Un Maestro che non goda della possibilità di farsi superare dai propri allievi e che invece faccia di tutto per tenerli a debita distanza per evitare un sorpasso non è per noi un Maestro, ma una disgrazia vivente per se stesso.

Nella possibilità di evolvere è insita quella di sbagliare... la possibilità di sbagliare implica quella di essersi coinvolti completamente in un'azione della quale si è disposti ad accettare le conseguenze, per quanto ignote.

Questo implica l'essere ancora uke (almeno nello spirito, se il corpo non ce la dovesse più fare come un tempo)... cioè colui che si dona, colui che riceve, che cade, che si armonizza per salvarsi.

- Se sei un Maestro dai senza riserve, cedi qualcosa di tuo
- se cedi significa che sei cedevole
- se sei cedevole significa che sai ricevere ciò che arriva
- se sai ricevere sei uke...

Maestro = Uke

... e l'Aiki-Gestalt si chiude






lunedì 5 settembre 2016

Aikime adesso ha un suo Dojo: veniteci a trovare!!!

Eccoci ad una nuova apertura di stagione per Aikime e per noi tutti impegnati più o meno direttamente con questo Blog.

Per noi tutti è stato un periodo perlomeno intenso quello degli ultimi due anni: non abbiamo mai smesso di partecipare con passione alle ricerche più diverse sull'ampio ed affascinante mondo dell'Aikido... ma da un po' ci rendevamo conto che qualcosa andava cambiato e fatto evolvere.

Io e le cinture nere che collaborano con me avevamo bisogno di un luogo "nostro" nel quale sentirci liberi di dare il massimo, senza essere frenati dagli inevitabili limiti che ci imponevano le strutture presso le quali facevamo le nostre riunioni e, soprattutto, tenevamo i corsi regolari di Aikido.

Così, circa due anni fa, abbiamo messo in cantiere la costruzione di un vero Dojo... un luogo cioè espressamente pensato per la pratica dell'Aikido e di tutte le discipline che ad esso possono risultare affini.

Questo sogno ci entusiasmava tutti e quindi non abbiamo badato a lavoro e sacrificio per realizzarlo.

Non è stato tuttavia così facile, nonostante che nessuno di noi banalizzasse che lo sarebbe stato: in Italia un Dojo viene considerato dalla legge una "palestra", cioè un locale in tutto e per tutto comparabile ad un Fitness Club (la categoria precisa è "Sport e Spettacolo"), che deve possedere precise caratteristiche tecniche (predisposizioni antincendio, completa accessibilità, rapporti precisi fra metratura e ricambio dell'aria, illuminazione, acustica... etc).

É fondamentalmente una locale ampio e vuoto, col pavimento ricoperto di tatami, in cui una ventina di persone suda ogni giorno della settimana per studiare la disciplina che ci sta a cuore, nulla più... ma la normativa è spesso cieca alle reali esigenze delle persone!

Così ci abbiamo messo un attimo di più ed abbiamo faticato un tot, ma alla fine ce l'abbiamo fatta: ora Aikime ha un suo spazio fisico, l'Hara Kai Dojo, nel quale praticare, incontrarci e confrontarci sull'Aikido in tutte le sue declinazioni.

La novità è questa, e non è piccola quindi: ora abbiamo un luogo in cui incontrarci ed organizzare eventi!



Noi continueremo da queste pagine a rimanere in contatto con ciò che accade nell'ambiente Aikidoistico italiano e mondiale... ma ora sarà anche possibile per ciascuno di noi venirci a trovare di persona nelle numerose occasioni che sono già ora in programma... e che presto renderemo pubbliche.

Non sveliamo subito tutte le carte, ma vi posso assicurare che abbiamo in previsione chicche non da poco, credo senza timore di immodestia in grado di segnare notevolmente (mi auguro in modo positivo) il panorama Aikidoistico nazionale.

Intanto rinnoviamo il nostro appuntamento on-line settimanale e vi lasciamo con qualche prima immagine della casa ufficiale di Aikime!



























lunedì 4 luglio 2016

Anno tosto, pausa ancora prima di agosto...

Cari amici,

vi abbiamo abituati a leggere qualcosa sulle nostre pagine OGNI lunedì, per 11 mesi all'anno... e per parecchio tempo siamo stati felici di riuscire a mantenere questo ritmo serrato.

L'attività annuale che stiamo per concludere è stata tuttavia particolarmente tosta... e quindi questa volta ci sentiamo di prenderci qualche momento di riposo in più rispetto al solito.

Vi ringraziamo dell'accorato seguito dei nostri Post, delle tante manifestazioni di apprezzamento giunteci (sia in pubblico, che in privato) ed auguriamo a ciascuno di voi un sereno e gioioso periodo di vacanza e relax.

Le novità che stiamo preparando saranno veramente TANGIBILI dalla prossima stagione... ma per adesso non ci sbilanciamo oltre...

Aikime tornerà settimanalmente on-line dal 5/09/2016, con nuove ricerche, riflessioni e curiosità a 360º sul mondo dell'Aikido.

BUONE VACANZE!!!



lunedì 27 giugno 2016

L'Aikido, la legittimazione e le proprietà NON transitive della pratica

Ci ricordiamo cos'è la proprietà "transitiva" in matematica?

Lo abbiamo studiato sicuramente alle Scuole medie... è quella cosa che dice che:

se A = C e se B = C, allora...

... che necessariamente A = B, questa perlomeno è la formulazione più semplice della proprietà... che nell'insiemistica invece si esprime più compiutamente così:


Ma tranquilli, non è nostra intenzione farvi tornare sui banchi di scuola!

Ci piacerebbe invece riflettere insieme sul significato non banale che spesso attribuiamo a questa proprietà nel campo delle arti marziali, e dell'Aikido nello specifico...

Si, perché spesso viene utilizzata la proprietà transitiva per riferirsi ad un sacco di luoghi comuni che sarebbe bene iniziare a sfatare, per pure cultura generale:

A = sono una "cintura nera"
B = un esperto di arti marziali di solito è una cintura nera

➤ sono una CINTURA NERA, quindi sono un ESPERTO di Aikido... Ma quando mai!

Possedere una cintura nera è sinonimo che si sta studiando Aikido da qualche anno (5,6,7 massimo?), ma questo è qualcosa di molto differente da essere degli "esperti" in questa disciplina:

tradizionalmente infatti la cintura nera è considerata il momento in cui si formalizza l'inizio della propria pratica, quindi considerando tutto il tempo precedente sul tatami come una sorta di "periodo di riflessione", che serve a farci capire se vogliamo intraprendere sul serio la pratica oppure no.

Altro che esperti dunque, siamo piuttosto dei "novizi"... VERI novizi quindi: 5 o 6 anni di pratica non vogliono quindi automaticamente significare il raggiungimento di nulla di specifico.

A = ho iniziato a praticare Aikido trent'anni fa
B = un esperto di Aikido ha una lunga esperienza di pratica

 pratico Aikido da trent'anni, QUINDI sono un esperto di Aikido... Ah si?

Può darsi, infatti... ma raccontaci di più di questi tuoi 30 anni di pratica...

- A che età hai iniziato?
- Chi sono stati i tuoi Insegnanti?
- Quante volte praticavi, ad esempio, in una settimana?
- Hai avuto continuità nella pratica o essa è stata piuttosto a macchia di leopardo?
- Cos'hai compreso di notevole per affermare ciò che affermi (di essere un esperto, cioè)?

Capite bene che ciascuna di queste cose fa molta la differenza per capire se la proprietà transitiva può essere applicata in serenità oppure no.

Se uno dichiara di avere 30 anni di pratica sulla gobba, ma ha 35 anni di vita... è piuttosto difficile considerare che tutti questi 30 anni se li sia fatti con una certa consapevolezza di quello che stava facendo... vero?

Magari 15 o 20 di questi anni sono così (intensi, maturi, consapevoli), ma a 5 anni è difficile avere la possibilità di fare grosse scelte consapevoli sul proprio destino o andare a studiare cosa ci piace, con il Maestro che ci piace!!!

Proprietà transitiva un po' forzata sembrerebbe, che dite?

Se uno dichiara di avere 30 anni di pratica sulla gobba, perché ha iniziato effettivamente il proprio percorso 30 anni prima e poi si è assentato a singhiozzi ripetuti di 5 o 6 anni per poi riprendere metodicamente dopo ogni volta, possiede veramente tutta questa esperienza?

Affermare di avere iniziato 30 anni fa la pratica, NON ci risulta per forza sinonimo di avere 30 anni di esperienza, o lo è?

30 anni di esperienza vuol dire trent'anni in cui hai fatto un po' di tutto... oppure Aikido?!?

30 anni di esperienze miste di Karate, Kung Fu, Jodo, Ikebana, Sushi, Shiatsu e Aikido... NON sono 30 anni di esperienza nell'Aikido, ma molto tempo passato a contatto con alcune culture e discipline orientali!!!

Oltre tutto non è solo il quanto, ma anche il COME facciamo una cosa a decretarne la veridicità e l'importanza!

Proprietà transitiva potenzialmente falsabile da presupposti melmosi, in questi casi...

A = il mio Maestro è (o è stato) un nome importante nel panorama Aikidoistico nazionale/internazionale
B = avere un buon Maestro è importante per imparare bene l'Aikido

 ho (oppure ho avuto) un grande Maestro, QUINDI so bene l'Aikido... madddai (detto alla Mughini)!!!

Una persona può essersi messa a studiare sotto lo sguardo attento di un Insegnante considerato "famoso" o particolarmente meritevole da parte della comunità Aikidoistica nazionale o internazionale, ma ciò da solo è veramente sinonimo di garanzia sull'Aikido che ha appreso?

Al massimo è garanzia sull'Aikido che è stato insegnato, NON sull'Aikido che è stato compreso, appreso, imparato: ogni Insegnante sa che fra i suoi allievi è possibile che ci sia qualcuno particolarmente talentuoso, così come qualcuno particolarmente impedito... oltre ad una gran parte di persone mediamente e variamente dotate.

Legarsi personalmente ad un grande può essere di aiuto per avere buone indicazioni nella pratica, un sacco di ispirazione individuale, etc... ma NON è sinonimo che saremo capaci di mettere particolarmente a frutto la bontà degli insegnamenti che avremo ricevuto... così come ha saputo fare il nostro mentore a suo tempo.

Quello che fa la differenza per poterlo fare è la persona stessa, quindi ogni generalizzazione è fuorviante (o manipolatoria) di per sé, perché ogni caso è unico.

A noi verrebbe da dire - addirittura - che chi ha continuamente bisogno di riferirsi al "mostro sacro" dal quale ha imparato deve avere una sorta di complesso di inferiorità cronico... cosa che non ce lo fa vedere già di suo come un grande praticante/insegnante.

"Se sai il fatto tuo, che bisogno c'è di continuare a ribadire che tu sei l'esatta ed umile copia del tuo grande Maestro?!
Io vengo a lezione da te, mica dal clone/ologramma del tuo Maestro... voglio vedere che sai fare tu!!!"

Sarebbe interessante chiedere il parere al "grande Maestro" in persona sul suo allievo che tanto si fregia del suo percorso con lui, se anche lui si potrebbe parimenti inorgoglire di essere stato il suo Insegnante (manco a dirlo nel 99% dei casi non si può fare, perché si tratta di trapassati, in generale allievi diretti del Fondatore)... o se rabbrividirebbe nel sentirsi rappresentato da chi tanto millanta questo diritto!!!

Sappiamo informalmente che alcuni Insegnanti tanto blasonati oggi e che vantano "nobili origini" in realtà sono stati allievi "qualsiasi" di un tempo, che hanno approfittato del cambio generazionale per raccontarci quello che hanno voluto degli anni in cui non c'eravamo: è la piccolezza umana che tenta di farsi strada come può, fa quasi tenerezza!

A = sono un Insegnante di Aikido
B = ho pochi allievi

 ho pochi allievi QUINDI è segno che insegno un buon Aikido, perché l'Aikido è da sempre per pochi

Al momento attuale le masse non sono interessate ad un lavoro serio e costante, tanto da apparire talvolta anche parecchio impegnativo, quindi se gli allievi sono pochi è segno che si sta seguendo un percorso serio?

Forse si... ma forse anche NO: magari è solo che l'Insegnante non ci sa proprio fare e la gente lo evita come la peste!

= sono un Insegnante di Aikido
B = ho molti allievi

 ho molti allievi QUINDI è segno che sono un buon Insegnante di Aikido

Di nuovo, dipende...
Hai molti allievi perché sei un buon Insegnante di Aikido o perché scendi molto a compromessi con loro?

Entrambe le cose sono possibili, ma è innegabile come la massa nella nostra società NON si diriga solitamente nella direzione di acquisire consapevolezza di sé e quindi forse questa la ragione per la quale discipline come l'Aikido sono accettate, ricercate da alcuni, ma non conosciute e osannate dai più.

Talvolta per questo motivo, si tende a snaturare i principi di una disciplina per risultare più divulgativi possibili... ma ciò non è segno certo che si stia facendo un buon lavoro.

Ribadiamo: NON si intende affermare che per forza chi ha esperienza non sia un buon praticante/Insegnante, che avere avuto un buon Maestro non conti nulla, che avere pochi o molti allievi sia una colpa... sono tutte condizioni piuttosto importanti (non per forza "necessarie"), ma sicuramente NON "sufficienti" come sembrerebbe ad identificare chi si è.

... vogliamo solo far riflettere su quella "proprietà transitiva" che viene AUTOMATICAMENTE creduta vera, quando invece non ci risulta tale. Si ricorre a ciò - di solito - per cercare una legittimazione, un posto al sole... ma siamo sicuri che ce ne sia veramente bisogno?

Cos'è allora che c'è di veramente TRANSITIVO nella pratica dell'Aikido?!

Forse che se uno pratica tanto, avrà necessariamente fatto tante cadute e conoscerà la sensazione dell'acido lattico nei muscoli!

Che se abbiamo la fortuna di avere un buon Insegnante, avremo avuto una buona base di partenza sulla quale lavorare per creare qualcosa di importante dentro di noi a nostra volta (così come sicuramente avrà fatto lui prima di noi)...

In Italia (limitiamoci al nostro ambito nazionale) abbiamo molti praticanti esperti, così come allievi di Insegnanti illustri, ma non crediamo sia questo a fare eventualmente grande e meritevole il loro Aikido: sono loro stessi l'eventuale valore aggiunto per la nostra comunità.

A nulla serve una grande esperienza se non messa debitamente a frutto, a poco servirebbe aver avuto un grande Maestro se ci si limitasse a scimmiottarne i passi.


Essere semplicemente ciò che si è risulta forse una delle più grandi conquiste della propria esistenza, senza dover elemosinare un diritto ad essere considerati che venga da qualcosa situato nel passato (o nel futuro).

Cosa c'è di TRANSITIVO?

Forse tutto, oppure niente... forse saremo noi capace di essere transitivi, trasformando il nostro lavoro in frutti sostanziosi di cui nutrirci e da condividere generosamente con gli altri, ma non c'è alcun automatismo tutto ciò... figuriamoci se ne potrebbe essere uno?!

I migliori Maestri del mondo di ogni disciplina hanno ANCHE avuto allievi pessimi... così come non tutti quelli che hanno dedicato l'intera vita ad una pratica l'hanno necessariamente compresa e vivificata.

C'è gente che non ha avuto particolari Insegnanti, né ha dedicato poi così tanto tempo al perfezionamento di alcunché, eppure è riuscita ad arrivare dove altri più meticolosi non sono giunti mai.

È il paradosso delle discipline come la nostra, nelle quali doti naturali, dedizione e meticolosità talvolta si incontrano e si supportano, altre volte risultano indipendenti, se non addirittura conflittuali.

La legittimazione viene forse più dai frutti del proprio lavoro, non dalle "patacche" che ciascuno può appendere al muro, siano anche esse lineage invidiabili o esperienze ciclopiche.

L'universo fortunatamente è uno specchio saggio e schietto... capace di farci arrivare in feedback l'immagine che in esso abbiamo avuto il coraggio di riflettere.

Questa specularità SI che è veramente transitiva, imperdonabilmente TRANSITIVA!!!